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News 27 dicembre 2012

Chiarimenti interpretativi del Ministero del lavoro sulle collaborazioni a progetto
Come noto, la legge n. 92/2012 ha modificato, tra l’altro, la disciplina delle collaborazioni a progetto di cui agli artt. 61 e s.s. del d.lgs. n.276/2003, introducendo alcune restrizioni finalizzate a contrastare un utilizzo non corretto dell’Istituto.

Come noto, la legge n. 92/2012 ha modificato, tra l’altro, la disciplina delle collaborazioni a progetto di cui agli artt. 61 e s.s. del d.lgs. n.276/2003, introducendo alcune restrizioni finalizzate a contrastare un utilizzo non corretto dell’Istituto.

Con la Circolare n. 29 dell'11 dicembre 2012, il Ministero del lavoro  e delle politiche sociali ha fornito dei chiarimenti interpretativi sulle nuove disposizioni introdotte dalla citata legge 92 in materia di collaborazioni a progetto.

La circolare si sofferma in particolare sui requisiti di ammissibilità di un contratto di collaborazione a progetto quali il risultato finale da raggiungere e la non coincidenza con l’oggetto sociale del committente, fornendo al contempo indicazioni al personale ispettivo su come impostare la vigilanza su tale tipologia contrattuale.

Sotto questo profilo, peraltro, la circolare riporta un elenco di attività che, comportando lo svolgimento di “compiti meramente esecutivi o ripetitivi”, risultano poco compatibili con un contratto progetto e quindi oggetto di possibile contestazione.

Vediamo nel dettaglio i contenuti salienti del documento, tenuto conto che le disposizioni di cui all’art.1 commi 23 e 24 - cui si riferisce la circolare del Ministero del lavoro  - si applicano ai contratti di collaborazione stipulati successivamente al 18 luglio 2012, data di entrata in vigore della legge 92 (art.1, comma 25).

1) Requisiti del progetto

Il contratto deve essere riconducibile “ad uno o più progetti specifici” e non più a “programmi di lavoro  o fasi di esso” come indicato nella precedente formulazione dell’articolo.

Ai sensi del novellato art. 61, d.lgs. 276/2003, il progetto resta l’unico ed indispensabile requisito cui ricondurre i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa sottoscritti successivamente al 18 luglio 2012, data del’entrata in vigore della legge n.92.

Infatti, secondo la nuova disposizione “i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa prevalentemente personale e senza vincolo di subordinazione, di cui all'articolo 409, numero 3), del codice di procedura civile, devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore”. Il riferimento della precedente formulazione dell’articolo, “anche a programmi di lavoro  o fasi di esso” è stato eliminato per la difficile individuazione, in concreto, di tali fattispecie.

2) Collegamento ad un determinato risultato finale

Il progetto deve essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale in quanto è esplicitamente richiesta la “descrizione del progetto, con individuazione del suo contenuto caratterizzante e del risultato finale che si intende conseguire” e non più la sua mera indicazione.

Ora è necessario descrivere dettagliatamente l’attività prestata dal collaboratore in relazione alla quale si raggiungerà un determinato risultato che deve essere obiettivamente verificabile.

L’indicazione del risultato finale è parte integrante del progetto ed elemento necessario ai fini della validità del contratto di cui diviene ora condizione imprescindibile.

3) Non coincidenza con l’oggetto sociale del committente

Il progetto “non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente”.

Il progetto, pur avendo ad oggetto attività rientranti nel normale ciclo produttivo dell’impresa e quindi non necessariamente caratterizzato dalla straordinarietà od occasionalità deve pur sempre distinguersi da essa, individuando un risultato finale o un tipo di attività che si affianca al core business aziendale senza confondersi con esso per la sua autonomia di contenuti ed obiettivi, anche qualora gli stessi si traducano in attività rientranti nell’oggetto sociale del committente.

Il legislatore avalla le conclusioni cui era già pervenuta la giurisprudenza (es. fornito dalla circolare sent. Trib. Milano 18 luglio 2011) in ordine alla necessaria specificità e, di conseguenza, genuinità del progetto.

4) Il progetto non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi

“Il progetto non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi, che possono essere individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.

Questo è un ulteriore elemento in funzione del quale individuare la genuinità e quindi la non routinarietà delle attività legate allo svolgimento dell’attività oggetto del contratto a progetto.

I compiti “meramente esecutivi” si riferiscono a mansioni che non prevedono alcun margine di autonomia da parte del collaboratore.

I compiti “meramente ripetitivi” si riferiscono allo svolgimento di attività tali da non richiedere, in virtù della loro stessa natura e per il contenuto delle mansioni, specifiche indicazioni di carattere operativo dal parte del committente.

La circolare riporta poi, ai fini di una più facile individuazione delle attività rientranti in questa categoria da parte del personale ispettivo, un elenco esemplificativo delle attività difficilmente inquadrabili nell’ambito di una collaborazione a progetto.

5) Corrispettivo

Il compenso corrisposto ai collaboratori a progetto deve essere proporzionato alla quantità ed alla qualità del lavoro  eseguito e “non può essere inferiore ai minimi stabiliti in modo specifico per ciascun settore di attività, eventualmente articolati per i relativi profili professionali tipici e in ogni caso sulla base dei minimi salariali applicati nel settore medesimo alle mansioni equiparabili svolte dai lavoratori subordinati, dai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale a livello interconfederale o di categoria ovvero, su loro delega, ai livelli decentrati”.

Il compenso minimo del collaboratore va individuato dalla contrattazione collettiva sulla falsariga di quanto avviene per i rapporti di lavoro  subordinato in base al principio stabilito dall’art. 36 della Costituzione.

La circolare specifica che il legislatore si riferisce alle retribuzioni minime e non a tutto il complesso delle voci retributive eventualmente previste dai contratti collettivi.

Come sottolinea il documento del Ministero, il testo novellato dell’art.63, comma 1 del d.lgs. 276/2003, comporta una abrogazione implicita della disciplina sul compenso del contratto a progetto introdotta dalla finanziaria 2007 che prevedeva come parametro di riferimento “i compensi normalmente corrisposti per prestazioni di analoghe professionalità anche sulla base dei contratti collettivi di riferimento”.

In assenza di contrattazione collettiva specifica e “a parità di estensione temporale dell'attività oggetto della prestazione” il compenso non può essere comunque inferiore “alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi nazionali di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza e di esperienza sia analogo a quello del collaboratore a progetto”.

6) Profili sanzionatori

L’art.69, comma 1, del d.lgs.276/2003 dispone che la mancata individuazione del progetto determina la costituzione di un rapporto di lavoro  subordinato a tempo indeterminato.

L’elemento progettuale è una conditio sine qua non del contratto stesso, in mancanza del quale il rapporto di lavoro  viene automaticamente trasformato in quello che il legislatore considera il contratto dominante e la forma comune del rapporto di lavoro ossia il rapporto di lavoro a tempo indeterminato (art.1, commi 1 lett.a) l.92/12).

La circolare specifica inoltre che l’assenza del progetto e la conseguente trasformazione del contratto si verifica anche qualora lo stesso non presenti uno dei requisiti essenziali richiesti per la sua individuazione.

Il comma 2 dell'articolo 69 disciplina l’ipotesi in cui il collaboratore esegua le prestazioni con modalità analoghe a quelle dei lavoratori subordinati. In questo caso vige una presunzione relativa di subordinazione. L’onere della prova è rimessa in capo al Committente che potrà dimostrare in giudizio la genuinità della collaborazione.

Non si preclude certo al collaboratore di svolgere le medesime attività dei lavoratori dipendenti, purché siano svolte con modalità organizzative diverse. Di contro, anche qualora il collaboratore svolge attività diverse ma con le medesime modalità caratterizzanti la prestazione resa da lavoratori dipendenti (ad esempio l’assoggettamento al potere direttivo, ecc.) la presunzione della subordinazione troverà applicazione.

La presunzione relativa non si applica per “le prestazioni di elevata professionalità che possono essere individuate dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale con specifiche clausole” anche se l’intervento delle parti sociali non condiziona l’applicabilità della presunzione visto che il termine usato dal legislatore “possono” indica che tale individuazione è meramente facoltativa.

http://www.laprevidenza.it/
(Federica Melozzi)

Fonte: La Previdenza
Numero letture: 1191

 

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