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News 16 giugno 2014

Il Peer Counselor della disabilità
Il peer counselor è una persona con disabilità di vecchia data, che oltre alle competenze pedagogiche e a quelle acquisite sul counseling indispensabili in una relazione di aiuto, dispone di esperienze e conoscenze derivate dall'avere vissuto egli stesso la disabilità, maturando la capacità di rapportarsi positivamente con la propria condizione

Il peer counselor è una persona con disabilità di vecchia data, che oltre alle competenze pedagogiche e a quelle acquisite sul counseling indispensabili in una relazione di aiuto, dispone di esperienze e conoscenze derivate dall'avere vissuto egli stesso la disabilità, maturando la capacità di rapportarsi positivamente con la propria condizione

Gli esiti di un’esperienza traumatica, spesso, non trovano terreno fertile per una sostanziale e consapevole ri-elaborazione che induca la persona traumatizzata a intraprendere un autentico e responsabile processo di cambiamento e di crescita. In modo pervasivo, gli esiti si trasformano in problemi insormontabili che inibiscono l’utilizzo di quelle risorse che lo stesso trauma, con la sua azione devastante, ha liberato.

Nel novembre del 1989 Maurizio Fratea rimaneva vittima di un trauma sul lavoro. Il trauma cambia, in modo paradigmatico, la sua vita. Oggi Maurizio Fratea ci racconta di aver trasformato gli esiti ‘negativi’ di un’esperienza traumatica in ‘risorse’ spendibili per sé e per gli altri. La coniugazione lavoro/studio/percorsi personali e formativi gli ha permesso di attivare un processo di cambiamento dando il via a una ‘nuova’ avventura professionale: quella di peer counselor per la disabilità. Peer come pari dignità, esperienza, eguale riconoscimento tra persone implicate in una relazione di aiuto.

Ma chi è il peer counselor della disabilità?

Il peer counselor è una persona con disabilità di ‘vecchia data’, che oltre alle competenze pedagogiche e a quelle acquisite sul counseling indispensabili in una relazione di aiuto, dispone di esperienze e conoscenze derivate dall'avere vissuto egli stesso la disabilità, maturando la capacità di rapportarsi positivamente con la propria condizione. Il dispositivo peer correlato al metodo del counseling è in grado di attivare un percorso/processo relazionale di presa di coscienza, di presa in carico della propria identità sociale, dei propri diritti e delle proprie concrete possibilità di vita. Potremmo definire, dunque, il peer counseling un metodo che permette alla persona attraversata da un qualsiasi trauma di accrescere la propria consapevolezza rispetto alle reali risorse e capacità del soggetto stesso e ai suoi limiti.

Il dispositivo peer è in grado di ‘catalizzare’ processi che hanno l'obiettivo di liberare potenziali-risorse inutilizzate (perché non sperimentate e conosciute dal soggetto stesso) attraverso azioni, interventi, sollecitazioni, stimoli trauma-consapevoli o trauma-dosati o trauma-controllati. Il soggetto, una volta liberate quelle potenziali risorse, potrà attivare o arricchire un processo di cambiamento interno che aumenterà la propria consapevolezza, favorendo la nascita di azioni concrete più congruenti e più efficaci.

Il Peer Counseling contribuisce in maniera decisiva a instaurare un certo tipo di relazione di aiuto, una relazione specifica. Il suo principale obiettivo è quello di liberare potenzialità già presenti nel soggetto ma non ancora consapevolizzate senza che la persona venga attraversata da un evento traumatico di grande portata. Ogni evento traumatico libera risorse inespresse nei soggetti colpiti ma il ‘problema’ risiede nel grado della forza del trauma, della sua forza dirompente e devastatrice. Dunque è una questione di ‘forza’, di grado, di intensità, d'impatto. A questo proposito nasce l'esigenza di ‘dosare’ questa forza e di renderla efficace e orientabile in modo consapevole al raggiungimento dello scopo principale (liberare risorse già presenti nei soggetti ‘traumatizzati’ e non). Inoltre questo tipo di relazione (relazione peer) oltre che alle risorse restituisce agli attori in relazione un senso di appagamento che permetterà loro di affrontare le svariate situazioni, problematiche e non, con maggior fiducia in se stessi e responsabilità.

Qui sotto proponiamo il brano Peer Counselor della disabilità? tratto dal volume “Peer counseling della disabilità”, di Maurizio Fratea 

Il 1989 è l’anno che ho ribattezzato “la fine nell’inizio”. In quell’anno finalmente terminavo la scuola dell’obbligo e di voglia di continuare a studiare nemmeno l’ombra. La prospettiva di quel periodo, per noi giovani, era quella di riuscire a trovare un buon lavoro, per incominciare a essere autosufficienti sia sul piano personale sia su quello economico. Si prospettava per me la meravigliosa occasione di entrare a far parte del mondo degli adulti e, attraverso il lavoro, la grande soddisfazione era quella di contribuire nel mio piccolo al sostentamento della mia famiglia. Subito dopo aver superato gli esami di terza media, nel giro di pochissimi giorni, con l’aiuto di mio zio, riuscii a trovare un lavoro come apprendista idraulico presso un artigiano del paese in cui sono nato e vissuto fino all’età di vent’anni.

Alla fine di giugno di quell’anno iniziai a lavorare. Partivamo al mattino presto per raggiungere i vari luoghi di lavoro. Mi alzavo alle 06:30 del mattino ma la cosa non mi pesava, anzi, l’entusiasmo di presentarmi al lavoro era così forte che cancellava ogni segno di stanchezza. Mi piaceva molto quel tipo d’impiego perché non era statico ma prevedeva un continuo movimento, proprio come esigeva la mia personalità ma, soprattutto, in sintonia con la rivoluzione del periodo adolescenziale. Ci spostavamo diverse volte durante la giornata e questo mi dava modo di assecondare la mia passione per l’esplorazione avventurosa di luoghi e situazioni a me sconosciuti. La mia mansione era quella dell’apprendista, in altre parole aiutavo il mio datore di lavoro nel trasportare e preparare tutti gli strumenti indispensabili per lavorare ma, soprattutto osservavo come andava svolto il lavoro, le tecniche da applicare, come dovevano essere usati gli strumenti rispettando i tempi e i modi ad essi conformi. Diverse erano le soddisfazioni ricavate. Il tornare a casa con gli indumenti da lavoro imbrattati, unti, sudici, insomma osceni, mi permetteva di dimostrare ancora una volta alla mia famiglia, e in particolar modo a mia madre, che tutto ciò che mi avevano insegnato con la loro testimonianza di vita lo avevo interiorizzato e assimilato. Insomma, stavo diventando grande nel modo più giusto e autentico possibile.  

Il 4 novembre dello stesso anno, un sabato, io e il mio datore di lavoro ci recammo a Figino Serenza, un piccolo paese in provincia di Como, per iniziare un lavoro di manutenzione alla caldaia di una grossa azienda. Quel giorno non riuscimmo a terminare il lavoro; saremmo ritornati il sabato successivo. Mentre risalivamo sul furgone, giunse davanti a noi il portinaio dell’azienda che ci supplicò di andare a controllare la sua postazione di lavoro perché da un po’ di tempo aveva notato una macchia di umidità anomala. Gli assicurammo che il sabato successivo avremmo dato un’occhiata. Infatti, il giorno undici, dopo aver completato il lavoro nel locale caldaie, andammo dal portinaio.

Constatammo che la macchia di umidità era causata dalla perdita di acqua da un termosifone. Quindi iniziammo le consuete procedure per risanare la perdita. Il guasto, però, si trovava sotto il pavimento, rialzato da terra circa mezzo metro. Fummo costretti a scavare un piccolo varco per tagliare il tubo difettoso. Il mio datore di lavoro si servì della fiamma ossidrica per sezionarlo ma dopo almeno 4 tentativi, tutti interrotti da fiamme sempre più estese, il quinto tentativo risultò fatale: si avvicinò alla fessura per saldare il nuovo tubo e a un tratto tutto intorno a me si fece buio. Non avvertii più nulla. Precipitato in una specie di sogno, sentivo solo freddo, tanto freddo.

Si era verificata un’esplosione violentissima, tale da sollevare il pavimento e fare crollare il tetto dell’edificio della portineria. Quanto detto sulla dinamica dell’esplosione mi è stato raccontato in seguito perché, al momento dello scoppio, persi i sensi e in seguito non ricordavo nulla.

L’esito più traumatico di tale incidente, considerando ogni suo aspetto, fu ciò che mi provocò, e cioè una lesione al midollo spinale che, in termini pratici, causò l’interruzione dell’uso degli arti inferiori e mi costrinse, e costringe tuttora, all’ausilio di una sedia a rotelle.


Dal volume “Peer counseling della disabilità”, di Maurizio Fratea

Fonte: TreDueOtto.it
Numero letture: 782

 

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